I 100 Giganti di Dordolla -1

Published by Giant Trees Foundation 29 April 2021
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I 100 Giganti di Dordolla 1

di Andrea Maroè

Il paese di Dordolla da solo vale già la gita. Abbarbicato e quasi dimenticato nella Val Aupa, adagiato alle pendici del monte Vault, rimira al sole fresco del mattino d’autunno le crete del monte Grauzaria. “Bisogna prenderla con calma” mi abbozza Graziano, uno dei pochi abitanti del luogo, seduto sull’ingresso dell’unico bar, che, quando ci entri, ti sembra più una casa dove ti servono con grazia il caffè che una vecchia osteria.

Il paese è costruito da piccole viuzze in acciottolato, tutte in pendenza esclusivamente pedonali. Tutte le auto devono essere lasciate sul piazzale, davanti alla chiesa.  

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Faccio scendere i cani

Annusano l’aria buona pregustando l’avventura. 

Prendo il lungo bastone di frassino con la punta in acciaio che il mio amico Paolino ha costruito apposta per me regalandomelo lo scorso compleanno e, consapevole dell’anno in più, inizio a far salire i vecchi scarponi sulle pietre incastonate da secoli tra i piedi della montagna. La punta d’acciaio risuona mentre attraverso il paese, come la campana di un triste mendicante mentre i cani ridono allegri e mi spingono in salita. Guardo curioso la cura per le case, dipinta sulle finestre, o negli orti coltivati con estremo ordine e cura, le corde colorate infisse sui muri a mo’ di passamano, per permettere la salita anche nel freddo inverno, dove il gelo ghiaccia il terreno o la neve lo ricopre di bianco rendendo il cammino impervio. I sentieri sembrano scavati dai secoli di lento salire dei montanari verso i monti e hanno ancora l’odore di alpeggio, di caccia e di funghi. Mentre sono rapito da queste sensazioni, i cani tirano forte sugli scalini di sasso. 

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Allora cerco l’inizio del sentiero. 

 Tracciati di mountain bike e sentieri ben segnalati dal CAI sembrano diramarsi da ogni viottolo del paese che termina su un diverso prato.

 Quasi vicino all’ultima casa trovo il numero del mio percorso: 425. E’ lui. I cani capiscono che finalmente si abbandona l’abitato, che li lascerò liberi nel bosco e abbaiano in coro, spaventando gli ultimi uccelli dormiglioni. Proseguendo nel bosco di faggi e di pini silvestri scordiamo le ultime case, piccole miniature di popoli che han vissuto per secoli di quasi nulla, o meglio, dell’essenziale. Il mio bastone affonda la punta tra le foglie di faggio ormai cadute e l’erba ancora intrisa di verde. Il rumore dei miei passi e dei miei cani via via si perde nel bosco silenzioso. Mi volto a rimirare la valle. I monti intorno e il piccolo paese di sotto, illuminati dal sole d’autunno mentre attraverso l’allegro ruscello.

Nascosti nella loro foresta 100 enormi giganti ci attendono.