The garden

Published by Giant Trees Foundation 27 April 2020
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di Luigi Delloste

Direi innanzitutto che l’atto di creare, costruire e quindi lasciare a altri quanto ideato e realizzato è fondamentalmente comunicazione. La comunicazione, vive, nella sua accezione più elementare, sul livello più elevato della relazionalità di individui a individui, e, come nel caso del giardino da elemento caratterizzante a individuo, pur sempre da pensiero a condivisione.

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In qualche modo io penso e desidero che altri sappiano ciò che penso.
Pur nel tratto “misterioso” del pennello del pittore o nelle forme e nei colori del progettista di un giardino.

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Pur nel tratto “misterioso” del pennello del pittore o nelle forme e nei colori del progettista di un giardino.
Considerare che un giardino in qualche modo possa rappresentare solo il frutto di un ambito razionalistico (scuola di) è sostanzialmente errato, il giardino è pensiero, pensiero nascosto, pensiero evidente, forma di pensiero, messaggio. Linguaggio universale rivolto alla totalità di chi può osservare, pur riconoscendo che l’osservatore è del tutto eterogeneo e non sempre significativamente preparato a valutare le “bellezze” che ha davanti secondo canoni o criteri oggettivi. 

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Chi crea giardini, molto spesso, non condivide razionalmente tale assioma, ma, in qualche modo lo affronta, in modo consapevole / inconsapevole, per lasciare una firma del proprio operato che risulterà essere del tutto dinamica nel tempo.
È lapalissiano, nulla si protrae nello spazio come ci si prefigge inizialmente, e, nella maggior parte dei casi (nel giro di breve tempo) il realizzato si stravolge immancabilmente per aspetti logistici spesso trascurati (dove i criteri di funzionalità e sostenibilità risultano essere quegli aspetti che modellano volgendo nel razionale la pia illusione del soggettivo, ancorché dell’idealismo). 

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Creare giardini racchiude in sé significati di estrema importanza; è, in qualche modo, il maneggio “temporaneo” della natura dalle mani dell’uomo. Il plasmare che riunisce forzatamente aspetti biologici, quasi sempre dissociati nella realtà naturalistica dell’ambiente, a aspetti strutturali che nella maggior parte dei casi “dovrebbero” risultare come legami arcaici del nostro inconscio. È un chiedere scusa per la volontà nel deformare e comporre spazi dove il movimento, la forma, la staticità degli elementi ripropongono il gesto dell’offerta devota. 

Io tocco e distruggo, ma innegabilmente ricostruisco, cosciente del successivo arbitrio della natura nel riprendersi quanto da me deviato dalla sua originale naturalezza. È un po’ come quando si pota un albero, lo si modifica nella puerile illusione di lasciare qualcosa di perfezionato (biologicamente e strutturalmente) per le nostre esigenze, senza mai vedere e comprendere quanto nelle stagioni successive costruisce lo stesso albero per ricondurre il tutto all’aspetto originale. Troppo abituati a vedere la pietra lavorata che dura nel tempo, soggioghiamo le forme dei nostri giardini e del paesaggio che vogliamo creare, nell’effimero intento / allucinazione di poterle poi vedere, in qualche modo, così come sono fatte da noi, sino all’infinito. 

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L’uomo ha da sempre caratterizzato ogni sua realizzazione nell’intento di “lasciare” una traccia, il proprio modo di vedere la vita (la saggezza da riversare) donato ai posteri per preservare nel ricordo la sua immortalità, soffrendo appunto la propria mortalità. Il giardino è luogo di riflessione, di conoscenza, di gioco, di svago, di ameni istanti di lucida follia nel godere per aver fatto e per esserci, semplicemente. Il giardino è luogo recintato (non per le sue barriere) e preservato dalla natura circostante che ancora oggi spaventa e intimorisce l’uomo, quell’uomo che nel creare il verde nella propria “casa” spera di avere quel controllo su tanta forza e magnificenza, bontà e generosità, violenza. Quel luogo tanto protetto dove sentiamo la presenza dei colori “artificiali” e “artificiosi” da noi inseriti che ci confortano per quel poco che noi crediamo utile per poter ricevere sicurezza e fiducia dal nostro ambiente.

Quand’ero bimbo i miei genitori mi portavano spesso a fare delle belle passeggiate dove potevo vedere parchi e giardini. Nella mia imbelle curiosità osservavo e ammiravo ciò che mi circondava in quell’infinito turbine fanciullesco delle domande, delle curiosità che in piccola parte mi venivano soddisfatte. Sentivo, percepivo e mi chiedevo a ogni passo cosa fossero le foglie, i fiori, gli steli, i tronchi, le chiome degli alberi sovrastanti, mi domandavo come fosse possibile l’esistenza di luoghi così belli e così ricchi. E nel ricevere illustrazione dell’essere del visibile percepivo che era proprio quella parola: “giardino” il contenitore importante delle mie osservazioni. Dopo, la portavo dietro in ogni occasione, legandola, nella mia piccola cultura, a paragoni diversi, dove il bello era rappresentato dal termine di paragone giardino.


Testo e fotografie di Luigi Delloste

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