The hidden bark

Published by Giant Trees Foundation 18 August 2020
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di Luigi Delloste

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Pulsava ancora, disperato con gli occhi sbarrati e lucidi. Un inverno inclemente l’aveva incalzato sino a stremarlo così, per fame, per sete, dove tutto era trasparente, di ghiaccio e rigido, in quel freddo che rapiva ogni cosa portandola a sé. Uno dopo l’altro i suoi simili erano andati, dove potevano, in qualche luogo, lontano sino a scomparire, chissà forse anche dove mai, era qui la magia del momento, in quel luogo così straordinario. E lì, in quell'istante esaltato ancora dagli ultimi sussulti del ritaglio di una razza così affine alla vita, si percepiva la vitalità nell'addio così lancinante e severo dove neppure il lacrimare era permesso, non v’era tempo per questo, non si poteva più immaginare, sperare, lasciare cadere una goccia soltanto. Ogni cosa immota e stinta era statica a se stessa, e l’aria passava snella senza incalzare nulla, senza sfiorare nulla, quasi avesse timore di fermarsi anch'essa ad osservare tale tristezza. 

Mi voltai, alzandomi ripresi il freddo bastone e, in quella sera affranta che s’intravvedeva sparire, vidi lontano ancora un’onda liscia e gentile di quel tramonto fugace, di quei colori lievi e così vividi nelle sensazioni di ognuno di noi quando apriamo gli occhi, veloci prima di chiuderli stupiti. Quei momenti dove ci si incanta partecipi nello scorgere di avere la vista, di poter vedere, quegli istanti musicali nell'attonito silenzio che ci circonda. Pare il dipinto delle fantastiche visioni di tutti i giorni, di sempre, tronfie e disarmanti della normalità quotidiana, per una rara occasione ritrovate e riconosciute come lo sguardo dell’amata con la quale si è vissuti una vita insieme senza mai sfiorarsi… 

Ora occorreva muoversi, presi a scendere la china su quel versante scosceso che mi riportava a casa. La casa, almeno così la definivo, era una falsa pergola chiusa sui lati che nascondeva tra pelli e stracci rigidi di vestiti dismessi, quell'ambiente forse malsano ma accogliente. Giammai, meglio era definirlo un rifugio. Un sicuro veicoli di infezione per chiunque, non per me, non ancora, non era il momento. Una biodiversità raccolta e integra, foriera di conservazione e dinamismo, di antico e nuovo. Un arcano sistema di pali e travi, rudimenti di caparbia tenacia a reggere, a proteggere. Incastri disordinati quanto efficaci per l’abbondanza del disordine, un caos rassicurante. Durante il lento procedere tra la neve nel freddo doloroso dei piedi intorpiditi e gli inciampi per la sempre più scarsa luminosità, raccoglievo dove capitava il tepore per il desco. Rami secchi puliti dalla neve perché il pasto doveva essere caldo, e poggiando la mano distratta, lei, frettolosa e freddolosa, forse ancora intrisa dal ricordo ancora vivo di poco prima, si punse su una spina di prugnolo, e qui una timida goccia di sangue stillò per cadere sulla neve immacolata

In un incanto apparve quel forte stupore, quel tragico e mirabile contrasto di colori così rari in natura, il rosso sul bianco, una punta scarlatta in un candido oceano dove ancora pochi minuti e il buio li avrebbe spazzati via. Così tenero istante di vita, così lancinante e vivace breccia nel bosco grondante di silenzio. Porsi alle labbra quel piccolo foro sulla pelle, così come per salvarlo dai barbari guerrieri e ripresi i rami caduti. 

Di lì a poco giunsi all'uscio di casa. Il buio dentro la faceva da padrone e l’unico chiarore che poteva illuminare l’ambiente era il fuoco che mi stavo apprestando ad accendere. Era il modo per diventare di nuovo padrone dell’ambiente, così per sentirsi a casa propria, una casa tutta mia dove avere e poter fare, magari ordinata, un po’ organizzata, gentile e soprattutto dove non mancasse nulla. Una casa fatta dai sacrifici di una vita, un riparo contro le tempeste, il sole cocente, la rabbia fuori nella serenità dentro. Strano, forse come sogno di tutti mi era apparso in molte occasioni e nei tentativi protratti nel tempo per raggiungerlo in qualche modo non ero mai riuscito ad arrivare ad alcun risultato. Bisognava sapersi accontentare, poiché anche questo misero ambiente faceva la sua parte, curava le mie paure, feroci e assassine sempre pronte a colpire nelle notti più cupe. Accendere il fuoco riempiva ciò che avevo di forma e orizzonti, non ero più solo ma era impresa complicata, ogni volta, con fatica, perché fiammiferi più non ce ne erano e l’acciarino a volte umido non serviva. In qualche modo cercavo di lasciare sempre un po’ di brace, assertivo e servizievole fino ai limiti, ma ciò era nella solida convinzione che al ritorno, dopo le battaglie della giornata, il focolare acceso era quanto cercavo. Ma alle volte i tempi si allungavano e quando tardavo a rientrare e trovavo il focolare spento e freddo mi sentivo addosso, prima ancora di affrontarlo, tutto l’impegno che ci si deve mettere proprio per accendere una prima fiammella. Tutti gli sforzi atti a recuperare. Insistendo comunque si riusciva. Ora la padella sul fuoco scaldava quei miseri avanzi, già cotti e riscaldati alcune volte, difficili da masticare da digerire, ma altro non c’era.

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Dopo, solo più il tempo che scorreva lento in quelle lunghe notti invernali, comodo per pensare, meditare, raccogliere chissà quali idee, ricordi di albe passate, di persone conosciute. Quando è troppo tardi questi insaziabili spezzoni riaffiorano e li senti come un peso profondo perché lo percepisci finalmente in solitudine, e comprendi quante cose hai perso durante la vita, affetti, consigli, parole, sorrisi… 
Finii per reclinare la testa su un lato e così mi addormentai sotto la coperta sdrucita e sporca in quel lontano 1843. Fuori il vento aveva iniziato le sue danze gitane con urla e fischi ubriachi nei crepitii dei rami spezzati. Il gioco d’azzardo era iniziato nella sua follia, trascinava, sbordava, raccoglieva e sparpagliava ogni cosa, nel suo muoversi sceglieva i deboli, strappando e distribuendo sghignazzate in ogni dove. Non c’erano più canti né musiche, tutto taceva per lasciare il posto alla forza dell’urlo altalenante del vento.  

Avevo appena compiuto sessanta anni, non più giovane certo, ma con ancora un po’ di tempo da spendere. Nel tiepido tepore delle braci che sonnecchiavano giunsero i paladini del sonno, parevano sogni, desideri amorfi, incolori di vite impossibili, mi facevano sentire diverso, altrove. In un altro posto così fuori dal comune, dove strane luci e quinte indicibili mi rapivano, trasformandomi, ridipingendo le soffici e lente morbidezze, rugosità amene della pelle, del volto delle mani adunche e secche, logore e lacerate. Era come se il mio corpo fosse fatto d’altro, non lo scorgevo, ma sapevo di averlo, era sotto gli occhi trascinato e involontario. Volavo, saltando sui fiori sorridenti, accarezzavo le cime degli alberi che chinandosi al mio passare salutavano in segno di rispetto e amicizia le mie parvenze, credenti in quell'unisono di efferatezza, gioiosa, partecipata e a tratti sonora. Battevo le mani per incoraggiare il moto circostante, e tutto cigolando ed esitante iniziava a seguirmi, con rintocchi sempre più accordati e condivisi, pareva un concerto. Mi alzavo e poi tuffandomi tra le chiome sfioravo ogni foglia, ramo, corteccia, nodo, forcella, colletto. Schizzavo irriverente tra le biforcazioni, arrotolandomi in aria rimbalzavo sui tappeti di muschio, sino all’apice delle cime più alte, e poi ritornavo giù, sempre più veloce e spericolato. Sentivo di far parte di quell'agognato mondo, ma non v’era certezza alcuna, le uniche verità parevano i detti e le assicurazioni dei vecchi, intorno al fuoco della cultura tramandata di generazione in generazione, ma anche in quella nessuno era così sicuro.

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D’un tratto una voce mi raccolse e per meglio comprendere chi e da dove proveniva mi fermai su un masso coperto di aghi, una coperta di resti di abete. Marrone, un’infinita distesa di aghi marroni, pungenti, tutti disposti con infinita pazienza, da mani sapienti e pazienti, scesi dalle fronde che ancora, osservandoli, si sistemavano per farsi belle. Così, al silenzio dei miei movimenti riuscii a sentire la voce che mi chiamava, da lontano, e continuava usando altri nomi, non il mio, ma chiamava me, era sicuro. 

Mi svegliai di soprassalto e compresi che il fuoco era quasi spento, era da attizzare prima di rischiare di raffreddare troppo l’ambiente, di congelare, gettai alcuni pezzi di legna e raggomitolandomi cercai di nuovo il sonno nella vana speranza di riprendere il sogno lì dove lo avevo lasciato. Cosa fosse così forte da incitarmi non lo sapevo, ma ero certo di desiderarlo. Chiudendo gli occhi giunse di nuovo il bosco, che mi accolse questa volta in silenzio, sembrava quasi mi ghermisse, racchiudendosi intorno a me come consapevole del tempo misero che rimaneva per completare l’opera. Quale sentimento, quale ansia, quale forma soggiogata nel vagare per menti poteva ora riproposi a me così distante dalla conclusione che invece era così vicina al giungermi addosso… 

Finii per cadere urlando spaventato dallo sdraio e la mano punta dalla spina sentii un chicco di brace che gentile mi svegliò sfiorandola appena.

Ormai quasi giorno, il compito principale era quello di pulire la padella per poterla di nuovo riempire, forse. Stirandomi alla belle e meglio ripresi l’uscio e uscendo vidi con stupore e incredulità la neve, il ghiaccio, gli alberi, le cime, la roccia, il rumore del ruscello che spezzava l’attonito unisono circostante, non mi pareva vero, stavo impazzendo, sicuro, non ero io lì in quel luogo fatato. L’avevo lasciato la sera prima uguale ma quello che ora vedevo non poteva essere la stessa cosa. Nulla di reale, di così concreto com'era il luogo di sempre. Sconvolto cercai di raccapezzarmi per riprendere quello che pensavo fosse il controllo di me stesso, senza riuscirci, senza intravvedere una fine di quel miracolo.

Oh, cielo! Prendimi con te, portami via, non voglio più vivere così di stenti e paure, non lasciarmi qui solo per ancora troppo del mio breve tempo.

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Il sole apparve dietro la china e in un lentissimo istante inondò tutto quanto riempiendo di musica l’intorno. I colori si accendevano, le ombre calcavano le scene, gli odori iniziavano ad avvolgere. Credevo di essere stato ascoltato, non forse da chi, ma da qualche cosa di lì a poi. Ripresi lento e sommesso il mio pensiero e cupo, volsi alla quotidiana realtà, quella di tutti i giorni, finché c’è vita, respiro, saccente cornamusa del nostro destino che si accinge a perpetrare il nostro voler continuare. E lento, mesto raccolsi, e riportai a casa il fardello della giornata, ora il cibo nella sua parca veste univoca era il pensiero dominante, occorrevano calore e profumi, abilità e fantasia con quel poco che rimaneva. Ogni giorno sempre meno. Poi il toccarsi la bocca sporca di barba, quasi per comprendere la magrezza del proprio volto, incitamento ad assumere di più quando c’è abbondanza, per avere qualche riserva per il non si sa mai.
Di lì a qualche tempo il ruscello intinto di fresco mi lambiva i piedi, alcuni girini trasalivano nell'accorgersi dei miei movimenti, come lampi tra le dita quasi ad agguantarle per poi fuggire guizzando imbelli. Non sapevo che ora poteva essere, il sole alto scaldava ogni cosa, e le mie spalle godevano di quel tepore maestoso, ero seduto sul solito masso, era la panchina al parco, al ruscello, preso dal mio udire quel languire monotono e ridente. Ormai estate dove le cicale, gli antichi maestri, sfarfallavano in un giocoso e saltellante torneo, voli radenti e caparbi, cinguettii e sporte di sommesse saette di piume. Spiritose farfalle tingevano il cielo di fuochi d’artificio. Intanto la brezza era sparsa, ovunque accadeva senza un accordo o un preordine e piano piano giungeva l’urlo della sera, dove la corsa sfrenata di un cervo, ad un tratto, nello scorgermi indugiò.


Immobili entrambi, esitanti, stupiti e curiosi nello stesso modo, due vivide entità che si incrociano in un istante infinito. E ognuno pareva scostato dal proprio tempo, in un’altra dimensione, quella dell’altro. Lo osservai rapito e i suoi occhi grandi mi svuotarono, il muso sbuffante come un mantice per la corsa protratta riempiva e spogliava i polmoni frettolosi. La sua era una fuga, inseguito da chi preda per cibo. Mi pregiò di volgere ancora lo sguardo appena, quasi come in un saluto per poi eclissarsi nella macchia. Era scappare per sopravvivere, poco dopo nella stessa direzione una frana di latrati e guaiti passò a breve distanza senza neanche notarmi, ormai nascosto per timore di essere scorto a mia volta.

La legge del luogo, l’impero della vita, il bagliore di una stella cadente, il dilagnarsi della natura che si insegue e trova, vede sente, odora, tocca, parla innocente nella pelle liscia di un bimbo che ride gioioso al sorriso della madre, si dispiega nei petali aperti di un fiore che volge al sole la propria esplosione di vita. Lontano quei cupi richiami si concentravano in una piccola radura, per poi scemare, diradarsi, svanire. In alto nubi chiare e rade giocavano scoprendosi e mescolandosi nella loro breve ed eterea esistenza, alcuni voli di corvi punteggiavano l’accaduto. Seduto con accanto il mio bastone osservavo lontano nelle valli la bruma che tardava ad unirsi. Il volo di un rapace mi colse l’orizzonte, e nel pensiero mi univo a lui. In quella si alzò il vento, fronde e rami scivolavano spinti da pennelli invisibili, chinandosi, chiamandosi tra loro, toccandosi e insieme danzando, rialzandosi e poi flessuosi in coppie e gruppi unisoni suonarono. Cantavano quell’immatura gioia che li trascinava in vortici, in passi, in fughe e pieni di forza trasmettevano quell’idea che tutti abbiamo dentro, quello che sappiamo del cielo, dell’aria sbattuta e rovinata da chiunque, ripresa e offesa, umiliata ma sempre che fugge, libera s’incalza ancora, mesta e forte si libra ancora. Entra ed esce in ogni luogo e porta con sé tutto ciò che ha sfiorato, da sempre, fata e strega in ogni istante dei suoi viaggi nei millenni.

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Sul volgere della cima scura per nubi di tempesta si staglia un bagliore inatteso, sacerdote di un raggio di sole filtrato su una roccia esposta, attimo fra attimi che colpisce lo sguardo accecando il filo del pensiero. Sentire quegli ultimi battiti ancora, nel tremito convulso di chi conscio di ciò che gli accade e più non può, strappa dallo sguardo immobile ancora un’immagine, un ricordo un frammento da portare con sé nel nuovo viaggio che sta per esordire. C’è ancora calore, questo corpo così perfetto, sazio in ogni misura di forza e vivacità è arrivato sin qui, dopo infinite peripezie, ha superato tutto ciò che ha trovato sul suo cammino senza mai cedere, mai piegarsi, e ora giace. Intorno steli d’erba ancora non schiacciati lo adornano come in un rituale dove la presenza di questi omaggi rende rispetto e giustizia all'altare addobbato per l’occasione. Chino il capo, non religione alcuna, credo, forma, ma commozione, sentimento, luce per l’istante che viene e anima che prende forma dapprima lenta e poi sempre più vivace e tronfia.

L’ultimo sguardo era rivolto su un tronco spezzato, pieno di cavità e occhi fugaci dei suoi abitanti, quell'immenso antro ricco di vita nella morte. Viale di vociare caotico, mercato di scambi nell'umido del legno scomparso da tempo.
Fuori ancora resisteva la sua pelle, antica corazza a difesa della vita che scorreva all'interno di quell'antico regno, confine di superficie in una amalgama di fratellanza con ogni elemento disciolto in un’assonanza perfetta.

Ora sgretolata era lì in attesa, e scambiava quell'ultimo sguardo.



Testo e fotografie di Luigi Delloste

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