Spedizione in Ecuador - 2019

Oltre le cime della foresta pluviale

L’Ecuador è uno dei paesi con la maggior biodiversità per ettaro, il Parco Nazionale dello Yasunì uno scrigno di meraviglie per qualsiasi studioso appassionato di natura, di animali e di alberi.

Non potevamo non lasciarci innamorare.
Le cime dei grandi alberi nascondono un mondo inesplorato, ricco di incognite, sorprese e forme di vita ancora da scoprire.

Il nostro obiettivo principale era ricercare e misurare gli alberi più alti della foresta tropicale amazzonica, effettuando una prima indagine sulla complessità biologica e sulla biodiversità presente sulle chiome che raggiungono, e a volte superano, i 50 metri di altezza.

Luogo ed esploratori

Il Territorio

La repubblica dell’Ecuador è l’unico stato al mondo ad aver concesso dignità giuridica alla Nature e alla Foresta (“Pacha Mama”) riconoscendo nella sua costituzione l’appartenenza ancestrale a questa realtà di cui tutte le popolazioni che vivono in quello stato fanno parte.
La Repubblica dell’Ecuador comprende quattro regioni geografiche: la costa, la sierra, l’oriente e le isole galapagos.

L’oriente è la zona costituita dalle pianure del bacino del Rio Delle Amazzoni situate a est delle Ande.
In quest’area che costituisce quasi il 50 % della superficie dell’intero stato, vive poco meno del 5% della popolazione totale.
L’area è ricoperta da una impenetrabile foresta pluviale e i numerosi fiumi che l’attraversano sono tutti affluenti del Rio delle Amazzoni. Il più importante è il Rio Napo con i suoi oltre 850 km di sviluppo.

Si stima che nella foresta amazzonica vivano oltre 2,5 milioni di insetti, 3.000 specie di pesci, 1.300 specie di uccelli, 500 specie di mammiferi, 500 specie di anfibi, 400 specie di rettili e sono state classificate oltre 60.000 specie di piante.

L'Ecuador in cifre

  • Superficie: 283.561 km2

  • Popolazione: 16.886.664 ab.

  • Andrea - responsabile scientifico

  • Giovanni - forestale e treeclimber

  • Valeria - treeclimber e travelblogger

  • Paulo - forestale e responsabile logistica

  • Davide - fotoreporter

  • Gianni - esperto del legno

  • Eliseo - guida Kichwa

I NUMERI PRICIPALI

Km percorsi: 2.500

Durata spedizione: 40 giorni

N. alberi misurati con laser: oltre 300

N. alberi scalati: 12

Pianta più alta misurata: 52,63 m

Pianta più grossa: circonferenza 30,10 m

Pianta più vecchia: oltre 400 anni

Località esplorate

Riserva Kichwa Campo Cocha, Riserva Waurani Gareno, Rio Napo da campo choca a puerto salazar, Area Centro sperimentale Tiputini (Parko Nazionale Yasunì)

Località esplorate: Riserva Kichwa Campo Cocha, Riserva Waurani Gareno, Rio Napo da campo choca a puerto salazar, Area Centro sperimentale Tiputini (Parko Nazionale Yasunì)

Sono tutte riserve integrali all’interno della foresta tropicale dell’Oriente. Ecuadoregno, con specie arboree dominanti quali Ceiba spp (Kapok), Cedrerlinga sp (Cuncho), Cordia alliodora (Laurel); Eschwelleria gigantea (Sabroso), Swietenia spp (Caoba), alberi capaci di spingersi oltre la volta della foresta (canopy) e in grado di creare habitat arborei particolati tra le loro alte chiome.

Informazioni generali della regione

  • Superficie: 283.561 km2

  • Popolazione: 16.886.664

  • Temperatura media: min16-17 °C max 25-27 °C

  • Precipitazioni medie annue di 4290 mm

Fonti: Wikipedia / climate-data.org

Alberi Giganti della foresta pluviale

01. Ceiba pentrandra

    Curiosità

  • Al momento questo albero risulta essere l’albero più alto misurato mediante Direct tape Drop dell’Ecuador
  • Nome proprio: Dayuma o Moby dick
  • Nome scientifico: Ceiba pentrandra
  • Nome locale: Ceibo
  • Circonferenza a 1.30: 12,21 m
  • Altezza misurata in tc: 52,63 m
  • Altezza primo ramo: 39 metri
  • Età: 400 anni
  • Località: riserva Gareno - Provincia del Pastaza

02. Cedrelinga cateniformis

    Curiosità

  • Attualmente questo albero risulta essere l’albero più alto misurato mediante Direct tape Drop del Parco National del Yasunì
  • Nome proprio: Carolina
  • Nome scientifico: Cedrelinga cateniformis
  • Nome locale: Chuncho
  • Circonferenza a 1.30: 6,47 m
  • Altezza misurata in tc: 49,69 m
  • Altezza primo ramo: 37,50 metri
  • Età: 200 anni
  • Località: centro sperimentale Tiputini - Parco Nazionale Yasunì Provincia Orellana

03. Ficus

    Curiosità

  • Alla data odierna, nessun botanico è riuscito a identificare in maniera univoca la specie di questo albero che con i suoi bastioni radicali raggiunge una circonferenza straordinaria che lo porta ad essere tra i più larghi alberi del mondo.
  • Nome proprio: Big Mono
  • Nome scientifico: Ficus
  • Nome locale: Higueron
  • Circonferenza a 1.30: 30,13 m
  • Altezza misurata in tc: 42,30 m
  • Altezza primo ramo: 30 metri
  • Età: 150 anni
  • Località: centro sperimentale Tiputini - Parco Nazionale Yasunì Provincia Orellana

La spedizione

Timeline con i momenti più significativi della spedizione in Ecuador

01

15 gennaio 2018 Studio

Abbiamo iniziato a “pensare” e a studiare la spedizione in Ecuador all’inizio del 2018 capendo quante e quali problematiche avremmo dovuto affrontare per penetrare nella foresta amazzonica. Prima tra tutte la salita dei primi rami a oltre 40 metri.

02

28 marzo 2019 Partenza

Il team si era preparato a lungo e con dedizione ma ognuno doveva comunque fare i conti con le proprie paure e non sapendo cosa ci avrebbe aspettato. Il nervosismo era tangibile ma oramai tutto era già deciso.

03

01 aprile 2019 Orto Botanico di Quito

E’ stato uno dei giorni più importanti del viaggio, perché, facendo una dimostrazione agli addetti di uno degli Orti botanici più famosi del mondo, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Carolina Jijon direttrice del Giardin Botanico e Tatiana, responsabile tecnica, che sarebbero state fondamentali nel prosieguo della nostra spedizione.

04

03 aprile 2019 arrivo a Campo Choca

La “Limpia” dello sciamano della comunità cickwa ci permetteva di entrare nella loro foresta accompagnati dai macheteros, dai portatori, e dalle loro guide.

05

04-11 aprile 2019 Nella foresta

Scendendo sul Rio Napo e percorrendo a piedi la foresta abbiamo incontrato i primi giganti verdi che svettavano sopra la volta formata dagli alberi. I primi serpenti e le prime scimmie. Ma ciò che più fa paura sono le konga: le formiche proiettile.

06

12 -18 aprile 2019 Riserva Waurani

Incontriamo un’altra etnia e un’altra riserva. Nel mezzo della foresta, infossata tra due piccoli ruscelli una grande pianta si innalza imperiosa sopra tutte le chiome. La sua cima non si può vedere da terra. E piove, piove sempre. Ma decidiamo di salire.

07

19-23 aprile 2019 Parque National Yasunì

E’ un altro mondo quello che ci attende al centro sperimentale di Tiputini, nel cuore del parco Nazionale dello Yasunì. Isolati totalmente dal mondo ancor più che nelle riserve delle tribù locali, possiamo studiare la foresta assieme a specialisti che provengono da ogni parte del mondo.

08

24 -30 aprile 2019 Università di IKIAM

Rientriamo nel mondo civile con una serie di lezioni all’università amazzonica di IKIAM - Tena dove raccontiamo le nostre scoperte. Incontriamo professori appassionati del loro lavoro e studiosi che fanno ricrescere la foresta dove il disboscamento illegale aveva fatto tabula rasa.

09

01-04 maggio 2019 Quito

Ancora una lezione a Quito per i tecnici comunali e per l’Orto botanico, poi si torna a casa. Con qualche chilo in meno ma tante emozioni e conoscenze in più.

La spedizione - La storia

Ecuador.
Già solo il nome evocava in noi la grande foresta amazzonica.
L’Eldorado di ogni botanico e Naturalista.
Ci avevamo pensato a lungo. Fin da quando Giovanni, un nostro tesista e tirocinante, ci aveva detto che avrebbe passato un anno con una ONG, l’Engim, proprio in Ecuador.
Perché non facciamo una spedizione per cercare i giganti di quella foresta incontaminata?” aveva buttato sul tavolo prima di partire.

Con Erika, il nostro direttore tecnico, allora ci siamo messi al lavoro. Non era certo una spedizione facile.
Animali e insetti velenosi, incognite di ogni genere, difficoltà logistiche e ambientali.
Ma non ci siamo mai fatti spaventare. E giorno dopo giorno si delineava la possibilità di rendere realtà quella inusitata spedizione.

La tempesta Vaia che ha distrutto i boschi della nostra Carnia ha solo ritardato la partenza, dandoci però l’opportunità di collegare lo studio del disboscamento illegale dell'Amazonia e dei tentativi di ricostruzione di quella foresta, con la possibilità di sfruttare idee nuove e studi d’oltreoceano per far rinascere boschi nuovi sulle nostre Alpi sfregiate dal vento impetuoso.

Nel frattempo si sono uniti a noi una blogger avventurosa ed un regista incuriosito dai nostri studi; il team si è così andato definendo con l’inserimento di un tecnico e di una guida locale.
I nostri tecnici hanno messo a punto un apposito “cannone” ad aria compressa per permetterci di raggiungere i rami più alti con le corde, favorendo una risalita degli alberi in sicurezza.
Anche le istituzioni si sono interessate a questa nostra spedizione e abbiamo potuto contare sul supporto di Ambasciate, ministeri e Università dell’Ecuador e Italiane.
A fine marzo 2019 tutto era pronto e siamo finalmente partiti.

A Quito in programma c’era una lezione/dimostrazione di tree-climbing dedicata agli operatori dell’Orto Botanico di Quito e ai tecnici del Comune.
L’abbiamo tenuta all’interno dell’Orto Botanico, suscitando l’interesse e l’ammirazione della Direttrice dell’Orto stesso Carolina Jijon che il pomeriggio ci ha accompagnato personalmente per la città ad ispezionare alcuni Arboles Patrimoniales.
Tatiana, direttrice tecnica ci ha invece spiegato quali alberi potevamo incontrare nella foresta e quali potevano essere i luoghi migliori per arrampicare i più grandi.

L’incontro con queste due incredibili donne appassionate del loro lavoro e degli alberi, avrebbe cambiato la nostra spedizione e sarebbe stato infine decisivo per il risultato finale.

La prima esplorazione della foresta, dopo esserci confrontati con il nostro tecnico locale di riferimento, Paulo Barrera, è stata effettuata scendendo per tre giorni e per quasi 100 chilometri il Rio Napo in canoa.
Dal centro del fiume si potevano individuare alcuni degli alberi più alti ed era possibile prendere un primo contatto con le difficoltà che l’ingresso in foresta comportava.

La prima arrampicata di un grosso Ceibo, che avevamo individuato dal fiume, non ha comportato grandi difficoltà per raggiungere la sua cima a oltre 47 metri da terra, ma già il secondo esemplare di una specie affine, più vecchio e con più vegetazione epifita sulla chioma ha messo a dura prova sia la nostra pazienza che la nostra attrezzatura.

Un grosso ramo, ad oltre 40 metri di altezza, dove avevamo posizionato la fune di risalita, si è rotto improvvisamente, fortunatamente durante in controllo della tensione a terra; alcuni nidi di vespe di consistenti dimensioni, non ci hanno permesso di installare le funi su un altro lato dell’albero e, alla fine, anche la pompa che utilizzavamo per caricare “Il cannone” ad aria compressa, necessario per lanciare la sagola sui rami più alti, ha perso compressione in seguito al surriscaldamento cui era giunta dopo innumerevoli lanci a vuoto.

Solo il mattino seguente siamo stati in grado di aver ragione del grande albero, che misurava comunque “soli” 48 metri di altezza.

L’esplorazione è poi proseguita a piedi nella foresta della riserva di campo Cocha, dove Paulo aveva preventivamente individuato alcuni degli alberi più alti della volta verde equatoriale.

Tra macheteros, guide, tecnici, cucineros e fotografi, il campo era composto da quasi venti persone e muoversi nella foresta in così tanti, non facilitava l’ispezione e la ricerca dei grandi alberi.
Tant’è che in tre giorni di cammino non eravamo riusciti ad individuare nessun esemplare oltre i 50 metri. Occorreva cambiare modalità di indagine e probabilmente anche luogo.

Mi ero convinto che, essendo la volta della foresta compresa tra i 25 e i 30 metri, le piante più alte e dominanti, non avessero alcun bisogno di crescere oltre i 45 -50 metri, per cui sarebbe stato quasi impossibile trovare esemplari in grado di oltrepassare i fatidici 50 metri.

Decidemmo di puntare allora sulla riserva waurani di Gareno, un po' più isolata e meno “frequentata” anche dai nativi. L’intuizione si rivelò corretta.

In fondo ad un avvallamento, compreso tra due piccoli corsi d’acqua, siamo riusciti ad individuare, grazie alle guide locali, un grande fusto di ceiba pentrandra. Da terra era impossibile scorgerne la cima.
Abbiamo allora utilizzato il drone, per ottenere indicazioni sulla sua altezza sia assoluta che relativa. La chioma troneggiava solitaria sulla foresta che si stagliava tutta attorno e sembrava oltrepassare i fatidici 50 metri, che oramai avevamo capito essere il muro da oltrepassare.

La pioggia continuava a scendere impetuosa e non potevamo permetterci di rinunciare ad arrampicare quell’esemplare, abbandonando l’impresa solo a causa del clima avverso.
Abbiamo così deciso di tentare l’arrampicata anche sotto la pioggia. Il solo lanciare il sagolino col cannone sotto gli scrosci d’acqua è stato un’impresa titanica, senza contare che la pioggia favoriva l’uscita di rane e serpenti velenosi. Ma è stato proprio quando siamo riusciti a posizionare le funi sotto la pioggia torrenziale che l’albero ha deciso che eravamo degni del suo aiuto e ha fatto segno al cielo di smettere. Come un miracolo, la pioggia ha smesso di colpo di cadere e potevamo salire l'enorme fusto senza che la tempesta ci inondasse.

Il primo tratto di fune, scartando felci arboree, palme e grosse radici aeree era abbastanza semplice. L’unica paura, qualche Konga che da un ramo o una foglia passasse sul viso o sulle braccia.
Bardati come palombari, quasi immediatamente il clima afoso e saturo di umidità iniziò a rendere sempre più difficoltosi i gesti abituali. Arrivato sotto il primo ramo, un grande ficus strangolatore appoggiato pesantemente sul ramo mi impediva ancor più i movimenti.

La “terra del cielo” cresciuta nei secoli dalla decomposizione di foglie e animali sui grossi rami odorava di un profumo intenso di humus bagnato e muschio di mille colori.

Annusando quel sapore che solo in foresta riuscivo a odorare ristetti prima di poggiare la mano coperta da uno spesso guanto di cuoio sulla magica terra intonsa e inesplorata. Quali pericoli, quali insidie, quali potenti veleni poteva nascondere al mio sguardo quella foresta immersa nella chioma di un albero così grande e potente?

Aspettai qualche secondo, tenendo ferma la mano su quella terra celeste, forse in attesa di veder comparire una grossa formica o un serpente.
Non successe nulla. L’aria densa di umidità rotolava attorno alle mille foglie diverse di piante abituate a crescere sui rami di un ospite immenso.

Respirai profondamente. Attesi ancora un istante, quasi in estasi in quel paradiso nascosto che nessuno avrebbe mai potuto rivedere.
Finalmente l’imbraco che entrava pesantemente nelle cosce intorpidendo le gambe ciondolanti nel vuoto mi richiamò al mio compito.
Allungai la mano, presi la longe, la tirai più volte sul ramo superiore fino a che non riuscii a recuperarla per issarmi con un colpo di reni sul grande ramo coperto di felci, muschi, orchidee e bromelie.

Ora ero veramente ospite del grande spirito della foresta. Immerso nel suo corpo.
Con attenzione cercavo di salire, evitando di rompere radici e liane, foglie e rami, guardando dove poggiavo le mani, dove la corda si intrecciava al corpo delle piante, quasi fosse una di loro. Lentamente avanzavo.

La mia corda era costretta a inestricabili giri viziosi intorno alle branche più grosse, in un percorso ad ostacoli che ero obbligato a seguire per adattarmi al tessuto verde che viveva dentro la chioma. Il tempo passava lento come il respiro delle nubi attorno. Da terra a volte sentivo gridare o gracchiare sulla ricetrasmittente qualche richiesta cui non davo risposta.
Concentrato su ogni movimento, con l’occhio attento alla comparsa di un qualsiasi essere vivente che in quell’ambiente non poteva di certo essere cordiale.

Ma nessuno comparve. Forse gli scorpioni nascosti nel cuore delle bromelie o i serpenti color dei ficus mi lasciavano passare, sapendo che non costituivo un pericolo per loro. Le grandi formiche si spostavano quando si avvicinavano alla mia mano, e io acquisivo sempre più confidenza con i mille corpi simbiotici che abitavano il grande albero.
I rami cominciavano a rastremare e le epifite cedevano il posto alla corteccia nuova dell’albero.

Installai la corda su una forcella e finalmente chiamai Giovanni “ Ok ragazzi, potete iniziare a salire. Prima stazione operativa. Portate le altre funi, metro e bandiera. Vi aspetto”

Vidi salire, prima Giovanni, poi Cira. Faticosamente spingevano sulle gambe e si avvicinavano “mangiando” la fune con i loro autobloccanti.

Guardavo i loro volti, madidi di sudore ma affascinati da quel mondo che inaspettatamente potevano ammirare. Lo stupore frammisto al sudore della fatica si delineavo sui volti di quei due ragazzi che mi avevano seguito chissà con quali aspettative.
Quando arrivarono alla prima postazione io ricominciai a salire, mentre loro mi facevano assistenza e continuavano a guardarsi attorno, ancora ansimando col fiatone.
I giovani rami del ceibo erano ricoperti di spine, la fune non scorreva impigliandosi nelle asperità e i guanti davano noia trattenuti dalle spine.

Oramai ero a poco meno di tre metri dalla cima e i rami erano troppo sottili per continuare a salire. Le foglie composte del Ceibo brillavano al solo di un verde smeraldo. Avevo rotto la nocca dell’indice destro poco prima di partire, e lavoravo con il dito legato al medio col nastro isolante sopra il guanto di cuoio.
Mi faceva male ma la tensione dell’arrampicata non mi aveva fino ad allora, fatto ricordare di quell’incidente.

Ma quando venne l’ora di issare la bandiera che serviva per prendere la misura sul palo di ferro a cui era legata la cordella metrica di precisione che scendeva verticale fino a terra e chiesi a Giovanni il nastro per legarla la risposta naturalmente fu “Quale nastro? Non mi avevi detto di portarlo.”

Tirai due porconi nel silenzio della selva, poi staccai il nastro isolante dalle due dita e lo usai per legare la bandiera, issandola sopra la chioma.

“Avvisa Davide di far partire il drone e di dirci quando siamo giusti sull’ultima gemma per prendere la misura”.

Giovanni chiamò Davide con la radiolina e dopo cinque minuti buoni si sentì forte il ronzare del drone che saliva.

L’asta di metallo col lungo metro che scendeva ripido perdendosi tra le felci arboree cominciava a pesare parecchio. “Ditegli di fare in fretta” gridai a Giovanni e Cira , che dieci metri più sotto mi guardavano col naso all’insù.

Fu Cira che prese l’iniziativa e con la radio in mano cominciò a dare le corrette indicazioni a Davide per far arrivare il drone più vicino possibile alla pianta, mentre Giovanni cercava di rendersi utile controllando la tensione del metro e la sua verticalità. Non c’era vento e questo era già un vantaggio ma cominciavo ad essere veramente stanco.
Per tenere in asse il palo di ferro con la bandierina dovevo usare entrambe le mani e rimanere ancorato all’albero solo attraverso la fune e la longe. La mano destra pulsava sulla nocca dell’indice come si fosse appena rotta.

Forza ragazzi, non ce la faccio più” “Davide dice che devi alzare ancora dieci centimetri” “Ecco fermo lì. Squadra a terra prendete la misura”

I due ragazzi a terra gridarono qualcosa ma senti solo un tre finale. “Ripetere per favore, ripetere” “Ciquantaedos metros con sessantaitre cm”.
Il grido riecheggio nella foresta e una grande Ara rossa si levò in volo da un albero sottostante spaventata.
Abbassai l’asta e guardai Cira e Giovanni tra i rami poco più sotto. Riposai le braccia un attimo.
“Ok ripetiamo”. Tutta la procedura venne ripetuta più volte, così da avere certezza della misura finale. Sudavo dal casco, gli occhi velati, la schiena indolenzita e completamente fradicia.
“Giovanni ti passo il metro e l’asta, intanto Cira scende, poi ti raggiungo, sistemiamo le funi e scendiamo assieme” dissi come fosse la cosa più naturale del mondo. Ma non lo era.
Eravamo sull’albero più alto dell’Ecuador, in mezzo alla foresta amazzonica, a oltre 50 metri, abbracciati da foglie e radici di ficus stritolatori, da bromelie rosse e argento, da liane multicolore e pappagalli gracchianti. I colibrì passavano ronzando e il sudore era dello stesso spessore dell’umido che ci avvolgeva. Eravamo in tre, in cima a un albero spettacolare, immersi in un mondo inesplorato e sconosciuto. Eravamo fortunatamente vivi e accolti tra le sue braccia capienti. Completamente stravolti dalla fatica nemmeno capivamo quanto grande fosse il risultato che avevamo ottenuto. E una volta scesi, riuscii solo a dire quando tolsi il casco “Cira sei la prima donna che ha oltrepassato i 50 metri arrampicando un albero nella foresta tropicale”.
Sentii il suo urlo di gioia, ma io avevo solo necessità di riprendere fiato. Non tanto dalla fatica ma dall’enorme emozione che mi aveva affogato.

Tolto il campo, raccolti tutti gli attrezzi, aspettai che tutti sparissero tra le foglie della selva arrampicandosi nella melma e mi girai a guardare “Dayuma”. L’avevamo battezzata così. La prima donna waurani che aveva potato l’alfabeto tra quel popolo indios.

Mi inchinai davanti all’immenso tronco grigio, zigrinato di bianco, ringraziandolo per l’onore che ci aveva concesso nell’accoglierci tra i suoi rami e bisbigliai senza capire cosa dicevo: “Eppure per me sarai per sempre Moby Dick, l’immensa balena bianca che solca la verde foresta mentre io sarò il tuo misero Acab, legato al tuo immenso corpo con la lunga fune del suo arpione”