Sequoie

Pubblicato da Giant Trees Foundation il 1 Marzo 2016
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"Come down, come down! I'm the ranger!". L'eco di quel grido gli echeggiava nella testa mentre continuava a scendere guardando i due che si avvicinavano minacciosi. Non era nemmeno arrivato a terra che l'assalirono: "Sai che è proibito scalare le sequoie? Chi ti ha dato il permesso? Con chi hai parlato? Chi sei? Da dove vieni?".

"Sono Italiano, ho i permessi in auto, il ranger del camping mi ha dato il permesso". "Non è un ranger quello! È un vecchio ubriacone! Io sono il RANGER!". Che il vecchio non fosse un ranger l'aveva sempre sospettato, ma gli era venuto comodo il pensarlo. Che il panzone che gli urlava in faccia di esserlo sul serio lo fosse anche nella realtà era in effetti un grosso problema. "E tu mi avevi telefonato per avere il permesso e io te l'avevo negato!". "Merda – pensò – Ecco la frittata è completa". "Per fortuna sono venuti quei bravi cittadini a denunciarti! Ora togli tutte le tue corde e scendi con noi". La coppia con la quale aveva diviso la cena e che al mattino aveva voluto far le foto con lui, era corsa alla prima stazione dei ranger (100 km più a valle) a denunciarlo. E i bravi ranger si erano fatti altri 100 km per venirlo a prendere! "Ma ho le corde appese in cima! Devo risalire fin lassù per toglierle! Ci son stato più di 3 ore a metterle! Ce ne metterò altrettante a toglierle!". Sapeva che non era vero. Bluffava sperando di convincerli a lasciar perdere. "Non importa! Aspetteremo!". "Ma sono stanco! Dovrei riposare un attimo! E poi son qui per prendere delle misure, sono uno studioso, dell'Università di Udine!". "Non ci importa nulla! Sali e togli tutto immediatamente!". Non c'era verso. "Ok preparo lo zaino e vado". Senza dar tanto nell'occhio infilò la macchina fotografica, la cordella metrica di precisione e del nastro isolante nello zaino per poter effettuare le misure e fare alcune foto. Infilò anche una piccola bottiglia di vecchio cognac che aveva portato con sé se mai fosse riuscito nell'impresa. Si caricò lo zaino in spalle e iniziò a risalire la grande sequoia.

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Mancava poco all'una. Il sole cocente bruciava la valle. In pochissimo tempo sparì tra i rami così che i ranger, seduti su un grosso tronco non potevano già più seguirlo con gli occhi. Come aveva previsto in poco meno di 15 minuti ritornò in cima. Stavolta si sedette tra le 4 dita del gigante, dove il fusto finiva e iniziavano le quattro punte finali. Appoggiò lo zaino. Tirò fuori la bottiglietta di cognac e dopo un cicchetto disse: "A te e alle tue sorelle!". Si distese, chiuse gli occhi e assaporò, di sotto il sole a picco della Sierra, tutta la pace di quel legno millenario. Non c'erano più i ranger, non c'era più nessuno. Silenzio assoluto. Solo il cielo sopra di lui. Ristette parecchi minuti in quella pace. Poi si alzò. Usando solo la longe arrampicò sulla più alta delle quattro punte. Fino a spuntare sopra tutta la chioma. Guardò attorno tutta la foresta, fece le foto, prese le sue misure, si sedette di nuovo tra le immense dita. "Hey! come on!". Da sotto il grido del ranger gli ricordò che doveva scendere. Salutò "la sua sequoia" con un abbraccio al ramo più alto. Poi lentamente iniziò a scendere, togliendo tutte le corde e misurando le varie distanze.

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Arrivò a terra. I due ranger si avvicinarono. In silenzio mise a posto tutte le corde e tutta la sua attrezzatura. "Non hai nessun segaccio con te... e non usi nemmeno i ramponi per salire...", disse tra i denti il ranger panzuto, mentre quello magno continuava a non spiaccicare parola. Il giovane conquistatore di sequoie non rispose, si caricò l'enorme zaino sulle spalle e a braccia portò il resto dell'attrezzatura dirigendosi verso l'auto. Quando arrivarono si guardò attorno, il vecchio ubriacone era sparito, non c'era più anima viva al campeggio. Poggiò lo zaino, tirò fuori tutto il malloppo delle autorizzazioni che aveva già mostrato al primo ranger il giorno stesso in cui era arrivato. Il panzone le guardò attentamente. Poi guardò il ragazzo delle sequoie: "Hai un bel sistema per salire, non l'avevo mai visto prima, non hai fatto nessun danno, non avevi un segaccio con te e non hai rotto nulla. Sai qui c'è gente che si arrampica con i ramponi o che spara chiodi di 50 cm nel fusto perché si rompano le catene delle motoseghe se qualcuno le vuole abbattere. C'è un sacco di gente strana, non possiamo far salire chiunque. Mi piace il tuo sistema". E, restituedogli il fascicolo con tutte le autorizzazioni, aggiunse: "Se vuoi puoi salire. Ti do il mio permesso!". E, guardando con un sorriso d'intesa il ranger più magro, il panzone si allontanò, tutto contento di aver fatto bene il suo lavoro anche per quel giorno.

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Si sedette su una panca di legno vedendoli partire. Era stanchissimo. Si sentiva preso in giro. Ma aveva scalato quella che a quel tempo era conosciuta come la seconda più grossa sequoia del pianeta: Bull Buck. In solitaria. 77 metri d'altezza su una pianta di oltre 2500 anni. Riprese l'auto e tornò dall'uomo che vendeva pietre nel deserto per riportargli i due pali di ferro che aveva usato come svettatoio. Gli raccontò la sua avventura. Bevvero una birra insieme e prima di andare l'uomo prese un pezzo di pietra triangolare: "È un fossile di sequoia. Te lo regalo perché ne sei degno e così ti ricorderai di questo posto, della tua sequoia, dell'immensità del tempo e di questo deserto, e di te e me ora".